L’impatto economico del Coronavirus nell’industria dell’Alta Moda

La diffusione globale del coronavirus sta influenzando negativamente l'industria della moda. In Italia decine di diverse e sfilate rimandate e cancellate. I dati economici sono preoccupanti

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    Durante il periodo della febbre da coronavirus (il gioco di parole è voluto) sono molte le notizie che girano sul web, in televisione e sui giornali riguardo alle percentuali e ai numeri più aggiornati sull’argomento. Spesso e volentieri ci troviamo di fronte a comunicazioni anche tra loro contraddittorie, proprio a causa del fatto che certe notizie pretenderebbero di aggiornarci al millesimo rispetto a un elemento il cui problema principale sembra essere proprio un’incalcolabilità intrinseca. A noi di Stylosophy, però, interessano le informazioni reali e, soprattutto, interessa la moda.

    Quarantena (im)produttiva

    Non è un segreto che un’ampissima parte della produzione tessile industriale nell’ambito del fashion (più di un terzo) abbia base in Cina, vale a dire nel posto da cui il virus ha avuto origine (anche se alcuni sostengono che diversi ceppi si siano sviluppati indipendentemente ma contemporaneamente in più parti del globo) e nel luogo che più sta risentendo del fortissimo shut down economico da coronavirus. Il fatto che la notizia della diffusione del COVID-19 sia trapelata proprio in corrispondenza del Capodanno Cinese, cioè nel periodo in cui milioni di persone si spostano dai centri urbani principali per tornare a casa per le ferie, non ha aiutato. I voli cancellati, le città messe in quarantena, i coprifuochi e i controlli capillari hanno impedito a moltissimi di riprendere servizio e, tra questi, anche agli addetti della moda. La fobia per il Made in China, che già precedentemente nell’opinione comune era sinonimo di scarsa qualità e assenza di controlli normativi che soddisfacessero i più severi standard occidentali, si è diffusa tanto velocemente quanto il virus, se non di più. Sembra quasi che il mondo non aspettasse altro, insomma, ma questa è un’altra storia!

    Sfilate live a porte chiuse

    Anche in Italia le cose non vanno benissimo, cioè nel paese che detiene ben due dei grandi primati di cui ci interessa parlarvi: la moda e un gran numero di contagiati da coronavirus. Durante l’ultima Settimana della Moda milanese Laura Biagiotti e Giorgio Armani hanno presentato la nuova collezione donna autunno/inverno 20-21 a porte chiuse, decidendo di trasmettere il défilé in live streaming. Al termine della sfilata deserta il Direttore Creativo del brand e le sue modelle dedicano un inchino di supporto alla Cina e sul sito viene comunicato in seguito che le sedi di produzione Armani del Nord Italia rimarranno chiuse di lì a una settimana almeno. Un’occasione di dimostrare solidarietà all’Estremo Oriente e testare la diffusione online in tempo reale allo stesso momento, per salvaguardare la salute dei nostri ospiti, viene dichiarato.

    Solidarietà sconosciuta

    In un clima diviso tra allarmisti spaventati e spaventosi e più scettici detrattori, tra chi aspira a un approccio maturo e misurato alla questione coronavirus e chi invece ne cavalca l’onda del panico per fare numeri, i dati economici preoccupano realmente: sono tantissimi gli istituti commerciali, soprattutto cinesi o in qualche modo collegati alla Cina (ma non solo), che si sono visti costretti a sospendere la propria attività, e non in maniera preventiva come nel caso della decisione volontaria del brand Armani, ma a causa dell’impossibilità di fronteggiare i costi di gestione non controbilanciati dalle solite entrate, a causa del venir meno dei clienti abituali.

    L’aspetto più preoccupante di tutto ciò, allora, è veder diffondersi, insieme a un virus di cui non sappiamo ancora granché, una forma di ignoranza quasi psicotica, o quantomeno una diffidenza universalmente disabilitante per cui ognuno guarda ancor più solo al suo di quanto già non facesse prima.