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Se la moda diventa conflitto di interessi, e il made in Italy sempre più lontano

Se la moda diventa conflitto di interessi, e il made in Italy sempre più lontano
da in Moda
Ultimo aggiornamento:

    prada uomo milano 2013

    Come ogni mattina, e a maggior ragione oggi, oggi che si è chiusa la kermesse di Milano Moda Uomo, e la palla passa a Parigi, leggevo un pò di commenti su quello che si è visto in passerella. Tuttavia ciò che mi ha più colpito non ha nulla a che vedere con le camicie fiorate, i richiami al Messico o le borchie sulle scarpe. Ma un articolo che parla di sistema della moda, di economia, di conflitto di interessi, di ipocrisia. Parole che spezzano l’allure che il mondo della moda crea intorno alle passerelle, ma che riflettono uno stato di cose che non possono essere ignorate, e che colpiscono i pianeti che ruotano intorno all’industria modaiola, dalla manodopera ai pubblicitari, dai grandi fotografi agli alberghi delle città protagoniste delle fashion week.

    Sabrina Giannini firma un editoriale sul Corriere.it, dal titolo “Milano e le scelte degli stilisti“, di cui oggi abbiamo discusso in redazione. Un editoriale pungente, che guarda in faccia alla realtà del sistema moda internazionale, e in particolare italiano, alla fine della 4 giorni di Milano Moda Uomo. Ebbene si, la famosa fashion week, tanto più week non lo è, ridottasi a 4 giorni secchi in cui la capitale Meneghina ospita i brand italiani che continuano a sfilare qui, nonostante tutto. Nonostante anche la città ormai non risponda più alle esigenze da viveur di tutti quei piccoli e grandi personaggi che ruotano intorno alle sfilate. Lo spunto della Giannini è proprio la richiesta di Patrizio Bertelli, l’amministratore delegato di Prada, che, come leggiamo nell’articolo – [...] con una lettera ha invitato personalmente i ristoratori del centro e il titolare della pasticceria Cova in via Monte Napoleone a tenere aperti i loro esercizi anche la domenica in modo da garantire l’accoglienza in città di giornalisti e compratori provenienti da tutto il mondo. Una richiesta che alla Giannini appare assolutamente ipocrita.

    Una richiesta che, affondando la testa nella sabbia come uno struzzo, mostra assoluta noncuranza di quelli che sono i fattori che davvero contano. Di un atteggiamento ormai di assoluta “sottomissione” degli italiani ai soliti vecchi cardini: Wintour e co., per intenderci, che apprezzano la riduzione della settimana a 4 giorni, che dettano le leggi di mercato, che fanno il buono e il cattivo tempo con chi, beandosi della sua accondiscendenza dimentica il luogo di origine. Dimentica il luogo che gli ha dato i natali. Dimentica il luogo che gli fornisce ispirazione. Dimentica la manodopera, “migliaia di operatori della fotografia e della pubblicità, direttori creativi, agenzie di modelle, grafici, registi, truccatori, parrucchieri, albergatori e ristoratori“. Dimentica pure chi ha creduto per primo in loro, investendo su di loro.

    E ci ritroviamo qui, ad ammirare da lontano il coraggio dei cugini francesi, che non si piegano alle richieste assurde di chi di moda parla solamente, e che di inserzioni e publiredazionali comunque ci campa. E non dimentichiamo nenche chi ancora nell’Italia ci crede, e ci lavora, ci produce. Anche se (ironia della sorte) italiano non è.

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