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Report smaschera lo spiumaggio illegale di Moncler

Report smaschera lo spiumaggio illegale di Moncler
da in Piumini, Moncler
Ultimo aggiornamento:

    spiumaggio illegale moncler

    È stato annunciato in anteprima un servizio di Report sullo spiumaggio illegale che riguarda i piumini d’oca ma forse non ci aspettavamo la notizia che riguardasse in particolar modo una delle più note griffe del settore: Moncler. I piumini del brand sono amatissimi da uomini e donne ma cosa si nasconde dietro la realizzazione di un capo così costoso? Milena Gabanelli, grazie all’inchiesta di Sabrina Giannini, svela durante la trasmissione una pratica davvero agghiacciante.

    Non si può negare che i piumini della collezione Moncler siano caldi e anche piuttosto richiesti ma siamo sicuri che il loro valore sia reale? I prezzi si aggirano tra gli 800 e i 1200 euro eppure, stando al servizio di Report andato in onda domenica sera su Rai Tre, questi non valgono oltre 30 euro.

    In Transnistria, stato che ha dichiarato la propria indipendenza dalla Repubblica di Moldavia nel 1990 e non riconosciuto dall’Onu, ci sono diversi allevamenti di oche, dove i giornalisti non sono affatto benvoluti. Eppure, le grandi griffe sembrano davvero apprezzare questi campi dove avviene, ripetutamente, una pratica brutale: lo spiumaggio delle oche vive.

    Sui pennuti bianchi, al momento giusto, si scatena la selvaggia attività, assolutamente illegale e non controllata. Degli operai, pagati miseramente peraltro, sono chiamati a spiumare a mano e da vive le oche degli allevamenti, lasciando sui poveri animali ferite gravissime che spesso portano alla morte. Laddove dovessero sopravvivere, queste sono ricucite con ago e filo in malomodo.

    Ogni sei settimane circa, da giugno a ottobre, le oche sono spiumate senza seguire alcuna norma. Anzi, il servizio di Report mette in luce che la colpa di tutto ciò è della Comunità Europea, che non effettua i dovuti controlli e, senza dubbio, dei grandi marchi che si vantano di essere Made in Italy.

    Moncler risponde a tono alle accuse di Report difendendo la produzione dei suoi capi: ‘tutte le piume utilizzate in Azienda provengono da fornitori altamente qualificati che aderiscono ai principi dell’ente europeo EDFA (European Down and Feather Association), e che sono obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal Codice Etico Moncler (sezione Governance al punto 6.4). Tali fornitori sono ad oggi situati in Italia, Francia e Nord America. Non sussiste quindi alcun legame con le immagini forti mandate in onda riferite a allevatori, fornitori o aziende che operano in maniera impropria o illegale, e che sono state associate in maniera del tutto strumentale a Moncler’.

    E sugli allevamenti dell’Est Europa? L’azienda garantisce che la produzione dei suoi piumini avviene in Italia, in quantità limitate, e in Europa, ma solo ‘nei luoghi deputati a sostenere la produzione di ingenti volumi’. E aggiunge che ‘non ha mai spostato la produzione come afferma il servizio, visto che da sempre produce anche in Est Europa. In Italia ha mantenuto collaborazioni efficienti con i migliori laboratori’.

    Specificati il modus operandi e i luoghi dove tutto questo avviene resta un altro punto fondamentale, ovvero il ricarico sui prezzi: come mai un capo prodotto a 30 euro arriva poi a costarne quasi mille? Anche in questo caso l’azienda risponde con la nota ufficiale diffusa sul proprio sito: ‘il costo del prodotto viene moltiplicato, come d’uso nel settore lusso, di un coefficiente pari a circa il 2,5 dall’azienda al negoziante, a copertura dei costi indiretti di gestione e distribuzione. Nei vari Paesi la distribuzione applica poi, in base al proprio mercato di riferimento, il ricarico in uso in quel mercato. È evidente quindi che le cifre menzionate nel servizio, che prendono in considerazione solo una piccola parte del costo complessivo del prodotto, sono del tutto inattendibili e fuorvianti’.

    Moncler specifica, infine, di aver mandato i propri legali ad occuparsi di questa vicenda nelle sedi opportune.

    Nel servizio di Report, andato in onda il 2 novembre, Milena Gabanelli pone l’accento anche su un’altra grande azienda del lusso italiana: Prada. L’attacco al ‘finto Made in Italy’ appare piuttosto chiaro, perché è vero che per abbattere i costi di produzione si cerca il miglior modo per risparmiare, al fine di aumentare i guadagni, ma è anche vero che bisogna verificare le condizioni in cui, in questo caso, un capo di abbigliamento o un accessorio di lusso, è prodotto.

    Patrizio Bertelli, patron di Prada, risponde alle accuse e spiega il motivo per cui la sua azienda confeziona prodotti all’estero: ‘Naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si può impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo’.

    La risposta di Milena Gabanelli non si è fatta attendere a lungo. ‘Non è illegale essere avidi’, ammette la giornalista di Rai3 e continua ‘posso capire una piccola azienda con un margine di guadagno di pochi euro che decide di delocalizzare per sopravvivenza. Capisco molto meno le aziende che hanno margini di guadagno altissimi come Prada e gli altri marchi che vivono anche sul fatto di vendere capi che usano impropriamente la dicitura Made in Italy’. E per accentuare ancor di più la presunta malafede di Prada aggiunge ‘Si ricordi il signor Bertelli chi davvero ha rovinato il Made in Italy. A proposito, noi di Report con la Gdf entrammo nei laboratori di Napoli dove artigiani in nero producevano per 28 euro al pezzo borse Prada che venivano rivendute a 400’. E concludendo fa notare che su Bertelli è aperta un’inchiesta per elusione fiscale di 460 milioni.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN PiuminiMoncler

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