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La scienza promuove l’abbronzatura

La scienza promuove l’abbronzatura
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    Abbronzatura

    Hanno un bel dire che fa male. Del sole non ne possiamo fare a meno. Sia perché dà un aspetto più sano e fa benissimo all’umore, perché scatena la produzione di serotonina e di endorfine, le molecole rilasciate dall’organismo in risposta al piacere. Sia, soprattutto, perché senza sole le ossa diventano rachitiche e il sistema immunitario non funziona a dovere.

    Poi, certo, è vero che fa venire le rughe, le macchie cutanee, i capillari e, quando va bene, amplifica le zampe di gallina. E non c’è dubbio che, quando va male, aumenta il rischio di sviluppare una neoplasia della pelle. Dunque, cosa dobbiamo pensare? A detta di coloro che hanno a che fare con gli effetti del sole per motivi medici, per restare a galla c’è un solo salvagente: il buon senso e qualche consiglio ragionato, perché non ha senso né privarsene, né mettere in pericolo la salute con tintarelle smodate.

    Innanzitutto: esporsi al sole piace perché, semplicemente, fa sentire bene. E non si tratta di autosuggestione o di mode: secondo gli ultimi studi, ci sono solide motivazioni biologiche. I raggi ultravioletti stimolano il rilascio di serotonina, il più potente antidepressivo prodotto dall’organismo umano nel cervello, e di endorfine dalla cute. Inoltre il sole è un vero toccasana per le ossa, poiché solo in sua presenza la vitamina D, che permette l’assorbimento del calcio, viene attivata ed è pronta ad agire.

    Quest’ultima, poi, secondo le scoperte più recenti, svolge anche un’altra fondamentale funzione: contribuisce alla regolazione del sistema immunitario. Spiega in proposito Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto e della Fondazione Humanitas di Milano e immunologo dell’Università del capoluogo lombardo: “Da tempo i genetisti si domandano come mai, durante l’evoluzione, la variabilità del colore della pelle sia stata un parametro così sensibile alle condizioni di soleggiamento delle diverse aree geografiche.

    Ciò dipende, in parte, dalla necessità di proteggersi dai potenziali danni e dal fatto che la vitamina D, e quindi il sole necessario a renderla attiva, ha un ruolo fondamentale nella fertilità così come nel mantenimento della giusta densità ossea. Ma anche da ciò che si è scoperto solo negli ultimi anni, e cioè che essa interagisce le cellule dendritiche, importanti mediatori dell’infiammazione presenti soprattutto nella pelle. La vitamina D infatti le tiene sotto controllo e quando non c’è più bisogno di loro contribuisce a riportarle a uno stato di riposo. Il settore è in piena evoluzione, al punto che alcune aziende biotecnologiche, anche italiane, stanno studiando derivati della vitamina D più selettivi, uno dei quali è già in sperimentazione clinica come farmaco contro la prostatite, un’infiammazione della prostata che colpisce migliaia di italiani”.

    Ma c’è di più. Del sole, infatti, si può fare a meno con molta difficoltà anche per motivi ancestrali. Spiega Maria Concetta Romano, docente di dermatologia cosmetica all’Università degli studi dell’Aquila: “In natura il sole è vita e permette il rinnovamento di tutti gli esseri viventi. E questo vale anche per gli umani: in estate tutto il corpo cresce, a partire dai cosiddetti annessi cutanei quali le unghie e i capelli. Inoltre i benefici psicologici hanno ricadute a livello fisico, e non vanno sottovalutati: se una persona si sente davvero bene quando sta al sole, il consiglio migliore che possiamo darle è quello di farlo in modo razionale e sicuro”.

    Non a caso, secondo gli ultimi studi, la depressione stagionale (in inglese Sad, seasonal affective disorder), che si manifesta in inverno ma anche durante il cambio di stagione, sarebbe dovuta al mancato allineamento tra il ritmo circadiano personale e la modifica del numero di ore nelle quali c’è il sole, e la responsabilità dello stress alla base della cosiddetta sick building syndrome, una costellazione di disturbi che va dalla nausea alla cefalea, dalla stanchezza cronica alla rinite e che colpisce persone che condividono grandi spazi (tipicamente chi lavora in un open space), sarebbe attribuibile anche alla mancanza di luce naturale e alla lontananza dalle finestre.

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