Arti tribali nel cuore di Parigi

Arti tribali nel cuore di Parigi
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    A due passi dalla Torre Eiffel, in riva alla Senna che proprio in quel punto si piega dolcemente verso sud, nel cuore dell’imponente Parigi monumentale e istituzionale, ecco sorgere inaspettato, colorato e giocoso il nuovissimo Museo del Quai Branly.

    Nato da un’idea lanciata oltre dieci anni fa dal Presidente Chirac in persona – così come il Beaubourg era nato da un’idea del presidente Georges Pompidou e la Bibliothèque Nationale dalla volontà di François Mitterrand – il nuovo museo accoglie una ricchissima collezione di manufatti provenienti dai quattro angoli del pianeta: Asia, Oceania, Africa e Americhe.

    A tanta disparità geografica corrisponde un’altrettanto grande varietà di oggetti: sotto la vaga etichetta di ‘arti prime’ (espressione di nuovo conio che evita il più problematico ‘primitive’), sono presentati dagli utensili domestici ai totem, dagli strumenti musicali agli indumenti ai dipinti sacri, solo per citarne alcuni. Restano esclusi dalla collezione soltanto le arti ‘colte’ dei grandi paesi asiatici (India, Cina, Giappone, ecc.) già ospitate nel vicino Museo Guimet.

    Quest’ultimo grande cantiere culturale parigino ha coagulato attorno a sé tante aspettative e tante, fin troppe, intenzioni apparentemente inconciliabili: la continuità e la rottura, la scienza e l’estetica, l’immagine della Francia ex-impero e il rispetto di queste innumerevoli culture ‘minori’ che finalmente vengono alla ribalta con il loro straordinario retaggio materiale.

    L’Unesco, dal canto suo, non ha tardato a far suo questo progetto, per la sua intenzione dichiarata di riconoscere ufficialmente il contributo dato al patrimonio mondiale dell’umanità da queste civiltà tenute ai margini dalla cultura ‘alta’: alcune di queste civiltà sono ancora vive, altre, tante, troppe, scomparse sotto la spinta della modernità.

    Concretamente, la domanda era: come dare vita a un museo innovativo per forma e contenuti, uno spazio aperto sulla città e capace di evocare visivamente queste culture ‘altre’ che è destinato ad accogliere? In altre parole, come creare una sorta di passerella verso il terzo mondo in pieno cuore del primo mondo?

    La sfida è stata raccolta, per quanto riguarda la realizzazione materiale, dall’architetto Jean Nouvel, già autore, vent’anni orsono, del rivoluzionario Institut du Monde Arabe; per quanto riguarda la gestione del museo e della sua ricca collezione, da Stéphane Martin, grand commis d’Etat da tempo ai vertici delle politiche culturali francesi.

    Il risultato ora è pronto, sotto gli occhi di tutti. La settimana scorsa polemiche e lodi, entrambe inevitabili, hanno accompagnato la sua apertura al pubblico presenziata, tra gli altri, dal presidete Chirac e dal segretario dell’ONU Kofi Annan. Gli entusiasti hanno parlato di un museo così innovativo che la stessa parola museo, con quel tanto di stantio che si porta dietro, sembrava inadatta a descriverlo.

    I critici hanno parlato di un’operazione ad effetto, un compromesso in cui criteri politico-mediatici hanno avuto la meglio sul rigore scientifico, e in cui oggetti appartenuti alla vita quotidiana di popoli lontani sono arbitrariamente ridotti al ruolo passivo di oggetti di contemplazione

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